lunedì 30 novembre 2009

L'Italia che fu

Dei giorni passati al museo, ciò che più rimpiango sono le storie che ho racimolato, ascoltando le persone anziane. Di tutte, la mia preferita riguarda vecchie locomotive a vapore e zone povere, nel dopo guerra.
Si parla di anni in cui l'Italia si leccava ancora le ferite delle guerra mondiale e della guerra civile. Gli alleati, i tedeschi, i repubblichini e i partigiani avevano dato il loro meglio per rendere il paese un colabrodo (ognuno con i propri motivi di cui non intendo discutere). Racconto: di anni in cui non si voleva più sentire parlare di guerra e il problema principale era mettere insieme il pranzo con la cena.
Spesso, quando ho mostrato le locomotive, in particolare sua magnificenza la Gr.691, persone di una certa età mi hanno parlato della stessa cosa. Tutti, sebbene provenienti da zone diverse del paese, accomunate dalla povertà di un paese da ricostruire, hanno raccontato di aver raccolto il carbone caduto dai treni.
Il racconto è sempre lo stesso: il treno rallentava a causa di curve e perché attraversava zone abitate e dopo il suo passaggio, si correva con i secchi a raccogliere il carbone che cadeva. Carbone che cadeva sempre nelle aree popolate dalle classi meno abbienti. Chilometri di binari puliti e piccoli tratti in cui, magicamente, il tender (il contenitore per il carbone e l'acqua) perdeva il suo carico.
Ricordo gli occhi di quelle persone che narrano la loro storia e del sorriso dai mille significati che si stampa sul volto di qualche vecchio ferroviere che ascoltava. È prassi che nel pubblico domenicale vi siano anziani che vengono al museo per ricordare i tempi passati; molti sono legati agli oggetti esposti.
Ne ho sentite di storie meravigliose che ho poi passato ai ragazzi del pubblico scolastico, in barba ai diktat dei piani alti, riguardanti le loro teorie sulla divulgazione museale. Un museo è un luogo della memoria e questo era il mio compito: salvare e diffondere la memoria.
Penso di essere uno dei pochi trentenni che sia salito su una locomotiva a vapore ed ha avuto il tempo di studiarla con attenzione. Ho osservato con cura il tender, la bocca della caldaia e le pale ed ho iniziato a maturare una convinzione. Un bel giorno, poi, ho avuto in guida un gruppetto di persone simpaticissime, tra cui un nonno con i nipotini: un ferroviere in pensione che ha guidato quelle macchine.
Approfittando della simpatia del gruppo, ho raccontato l'aneddoto del carbone, dal punto di vista delle persone che con quel carbone hanno passato inverni rigidi, esaltando questo ultimo punto. Un paese disastrato che deve trovare un modo per andare avanti e quella manna nera che giunge a scaldare i cuori e le case. Su quell'ultima frase, il ferroviere ha sorriso.
Ci siamo scambiati occhiate di intesa e alla fine della guida ho lanciato una battuta, che solo lui potesse capire, riguardo ai tender bucati che transitavano solo nelle aree disagiate. La mia curiosità è sempre stata grande, ma so che certi segreti di pulcinella esistono per una ragione. Porre una domanda diretta non avrebbe reso alcun risultato.
Lui ha sorriso ed ha risposto "Noi avevamo il carbone e loro avevano freddo. Che fortuna avere il tender bucato". Con quella frase mi ha svelato l'Italia del dopo guerra: una grande lezione di vita.
Un paese a pezzi in cui esisteva solidarietà e dignità. Aiutarsi tra poveri cristi era più che un dovere, ma questo aiuto non doveva e non poteva ledere la dignità altrui. Poveri, ma fieri, questo erano gli italiani dei tempi andati. Un grande popolo, con tutti i suoi difetti.
Il carbone che cadeva non era elemosina, ma un fortuito caso di cui approfittare. I bambini si nascondevano vicino alle rotaie per raccogliere l'oro nero e portarlo a casa, convinti di agire per necessità, forzando un pochino la legge; i soli ad ignorare un tacito accordo tra chi aveva il carbone e chi aveva freddo.
Tempo dopo, sulla 691, una signora distinta ha raccontato ancora l'episodio. Con un po' di vergogna ha ammesso che lei e gli altri bambini "rubacchiavano" quel carbone caduto, per salvarsi dal freddo. "Sapevamo che era sbagliato e che quel carbone non era nostro" ha ammesso "Ma avevamo freddo".
Dopo tanti anni, ancora la dignità di quei tempi era viva.
Narrando, a più volte accennato ai nipoti che è sbagliato prendere ciò che non è proprio (sante parole!), cercando di spiegare le ragioni di forza maggiore che hanno spinto molti a commettere questi piccoli atti; mi rifiuto di definirli reati. Più volte ha ringraziato la fortuna per quel carbone che ha permesso alla sua famiglia di superare i duri anni della ricostruzione.
Per non violare il tacito accordo, ho approfittato della mia posizione per allietare il ricordo di quella signora, senza dire niente di troppo esplicito. Indicando le varie leve e i volantini ho spiegato come si guida una macchina a vapore ed ho mimato il fuochista che prende il carbone e lo butta nella caldaia, riportando il fatto che il mio sapere è preso di prima mano, da chi ha guidato quelle locomotive. Parlando dell'arrivo in città, con l'attraversamento delle periferie disagiate, ho mimato un gesto preciso, fatto dal fuochista: una palata che, a causa della stanchezza del viaggio, non deposita il carbone nella caldaia...
Il viso della signora si è illuminato ed ha esclamato "Ma allora!". Io mi sono intromesso subito e con gentilezza ho detto "C'è chi ha freddo e chi ha il carbone e qualche volta sbaglia la mira". Alla signora sono brillati gli occhi, bagnati da una lacrimuccia, sopra un sorriso dai significati inequivocabili.
Alla fine della guida, mi ha preso in disparte e, ringraziandomi, ha detto "Ora so che esistono gli angeli. Io e tantissima altra gente dobbiamo loro la vita e non lo sapevamo. Se le capitasse di incontrarne uno: lo ringrazi da parte mia" ed è andata via, raccontando una storia magnifica ai suoi nipoti: la sua.
Una storia fatta di povera gente, ricca di dignità, che negli anni bui ha saputo aiutarsi, senza chiedere nulla in cambio. Questa è l'Italia che fu.
Ora mettiamoci una mano sul cuore e vergogniamoci di quel che siamo diventati.

Marco Drvso
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