mercoledì 15 marzo 2017

Siamo umani...

Due volte nella mia vita ho sperimentato qualcosa di simile alla buddhità. Un breve istante in cui non si è semplicemente in pace col mondo, si è parte integrante del tutto. I colori brillano come non mai, i suoi sono perfetti, i profumi sono chiari e, per qualche istante, respiri all'unisono con l'universo e riesci ad essere l'erba che calpestiamo, senti il suo piacevole fresco sotto i piedi e senti il calore del piede sopra il manto verde e quella mosca che un secondo prima era una seccatura, diventi tu che giri intorno a te stesso (ottenuto tramite meditazione, senza alcun aiutino). Un'esperienza talmente piena e appagante, ma che difficilmente si può rendere a parole, che non puoi fare altro che ricercare per tutta la vita, perché quando si assaggia il paradiso non se ne è mai sazio.
C'è, però, un limite a quella ricerca, di cui sono conscio e che difficilmente riuscirò a superare: entrambe le volte ero solo e la totalità con cui mi fondevo era incompleta, mancava sempre la componente umana. Non sono capace a riconoscermi nell'uno con i miei simili.
Un conto è sapere, un conto è accettare.
Io so che siamo tutti parte di Gaia, so che siamo parte di un sistema vitale, che a sua volta è parte di un sistema planetario, che è parte di un sistema solare, parte di un sistema galattico e via discorrendo fino all'universo, che probabilmente fa parte di un multiverso. So che possiamo sezionare l'immanenza fino a mattoncini infinitesimali che sono singolarità, facenti parte di una singolarità: un infinito suddividere l'uno, per arrivare ai molteplici uno che singolarmente non possono esistere, perché sono parte dell'uno autosufficiente.
Riesco a guardare un insetto, una stella, il mare e sentire che io sono loro e loro sono me, ma non ci riesco con le persone, qualcosa me lo ha sempre impedito.
Forse è per pessime esperienze con i miei simili, forse perché mi rispecchio fin troppo bene negli altri e in loro vedo me stesso, la persona che più adoro e di cui meno mi fido.
Specchi distorti in cui specchio il peggio di me e questo mi impedisce di lasciare che alcuno attraversi l'ultima barriera, quando non mi pongo nelle condizioni di essere inespugnabile e allontanare il prossimo.
Non è un caso se il mio primo amore, anche nel secondo tempo, alla lunga si sia logorato nel nulla e il grande amore quando avevo 20 anni lo abbia fatto sfumare senza neanche iniziare (salvo poi riversarlo in una stronza da antologia, ma quella è un'altra questione). In entrambi i casi mi sentivo sbagliato...
Se non altro, fino a quando svanisco nel nulla, le amicizie funzionano.
È nell'introspezione personale che ho imparato a conoscermi e quel che ho visto non mi è piaciuto, anche se alla prova dei fatti non mi sono comportato così male, come temevo.
Amo la mia compagnia, ma non riesco ad amarmi, ciò mi impedisce di amare il mio prossimo e l'aver imparato a mettermi nei panni altrui, scrivendo e recitando, mi tiene ancora più distante.
Forse è questo il grande limite umano.
Vedo persone che si fissano sull'idea (vedi post precedente) e vivono relativamente felici, inseguendo la loro balena bianca, persone che indossano maschere, spesso peggiori di quel che celano, come le maschere grottesche sugli elmi degli antichi guerrieri, utili solo a spaventare, per evitare lo scontro; sebbene la nostra natura sia violenta e prevaricatrice, il dualismo in noi fa sì che la componente creatrice e inclusiva si presenti anche nelle situazioni più inaspettate (ci sarebbe da perdere tempo per discutere della violenza con cui agiscono i sedicenti non violenti petalosi, ma non ne ho voglia).
Cerco quel magnifico paradiso, ma mi scontro con la mia natura umana, complessa e contraddittoria. Siamo una specie incredibile, capace di grandissimi slanci creativi e di infinita empatia, ma nel contempo violenti distruttori, privi del minimo senso logico. In sé è meraviglioso, perché significa che ognuno di noi sia un mondo da scoprire e vivere con intensità, però non orbitiamo in armonia (badare bene, anche la distruzione fa parte dell'armonia e dell'equilibrio!), ma rimbalziamo l'un l'altro come ridicole macchinine da autoscontro, nel vano tentativo di giungere a chissà cosa e la società non ci è d'aiuto, anzi.
Siamo umani, stupendi e terribili individui che sono parte di un tutto, ma difficilmente riusciamo ad essere quel tutto (la storia, la cronaca e l'esperienza quotidiana lo dimostrano). So che ognuno di noi è tutt'uno con chi lo circonda, ma non ci riesco.
Scusate, sono solo umano.

Marco Drvso

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